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Kentauros - Istinto e ragione nella psicologia del motociclista [ITA]

 


Descrizione

Questo scritto nasce di getto... improvvisamente... una mattina di un freddo Gennaio romano. Ma probabilmente stava crescendo dentro da anni, da quando ero poco più di un bambino e, seduto sul sedile posteriore della vecchia FIAT millecento di mio padre, vedevo passare sfrecciando, dapprima inquadrandoli dal lunotto posteriore, poi spostandomi al finestrino laterale fino a perderli di vista, i "centauri" a cavallo delle loro motociclette, con i giubbotti di pelle nera alla Marlon Brando. Non erano molti in verità, ma questo faceva aumentare il loro fascino. Il loro mistero era racchiuso nella posizione di guida che fondeva le gambe con il corpo della macchina quasi a renderla un tutt'uno con essa; era nei loro sguardi persi davanti, a scrutare un orizzonte lontano, ideale, irraggiungibile. Quando chiedevo ai miei chi fossero, mi rispondevano: "Sono i motociclisti, gente matta, che ama il rischio". E quando esprimevo subito dopo il mio desiderio di diventare come loro da grande, mi venivano dati, come risposte, inni di scoraggiamento: "Per amor del cielo è pericoloso!" oppure un laconico: "Sì, sì, va bene, quando sarai grande...". Io intanto riprendevo a scrutare l'orizzonte in cerca di qualcuno di questi cavalieri veloci che continuava la sua misterica corsa nel vento accendendo la mia fantasia. Frequentavo la quinta elementare; mi aveva colpito moltissimo la poesia di Giovanni Pascoli "Breus" poiché, nel suo melenso dramma pseudomedievale, allora non me ne rendevo conto, anticipava di tanti anni quella che sarebbe stata una mia scelta, un mio cammino. "(...) La madre a terra cadde come morta, che già Morvan usciva dalla porta; /Morvan usciva e le volgea le spalle, ed entrò di filato nelle stalle; /nelle stalle trovò un ronzino: lo sciolse, vi montò sopra: in cammino! (...)" Pascoli G. 1913.) Anch'io come "Morvan/Breus" avrei abbandonato una figura femminile importante, o sarebbe meglio dire mi sarei fatto abbandonare da lei, per ritrovarmi solo e ferito a vagare attraverso territori inesplorati, con il fardello dei sensi di colpa che pesava fino a stremare le forze; forse continuavo a rincorrere, senza rendermi conto, qualcosa o qualcuno lontano, all'orizzonte, che si muoveva veloce e che sembrava irraggiungibile. Invece non lo era; bastava lasciare uscire l'urlo soffocato che formava il groppo interiore, quel nodo doloroso alla gola e alla bocca dello stomaco. Senza timore di ferirmi o peggio di ferire qualcun altro, ho urlato, con molta fatica, ma ce l'ho fatta. Oggi, dopo un travaglio interiore lunghissimo, dopo aver lasciato lavori remunerativi, ma per me insoddisfacenti e non gratificanti, svolgo l'attività che ho cercato disperatamente di esercitare: quella dello psicologo. Infine posseggo una potente e sportiva 750.

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